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	<title>Ingegneria Senza Frontiere Genova &#187; Diari di Viaggio</title>
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		<title>Sertao: diario brasiliano &#8211; Introduzione</title>
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		<pubDate>Wed, 12 Jan 2011 09:29:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Silvia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Diari di Viaggio]]></category>
		<category><![CDATA[Silvia in Brasile]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<div id="tweetbutton589" class="tw_button" style="float:right;margin-left:10px;"><a href="http://twitter.com/share?url=http%3A%2F%2Fwww.dicat.unige.it%2Fisf%2F%3Fp%3D589&amp;text=Sertao%3A%20diario%20brasiliano%20%26%238211%3B%20Introduzione&amp;related=ISF_Ge&amp;lang=en&amp;count=horizontal&amp;counturl=http%3A%2F%2Fwww.dicat.unige.it%2Fisf%2F%3Fp%3D589" class="twitter-share-button"  style="width:55px;height:22px;background:transparent url('http://www.dicat.unige.it/isf/wp-content/plugins/wp-tweet-button/tweetn.png') no-repeat  0 0;text-align:left;text-indent:-9999px;display:block;">Tweet</a></div><p style="text-align: justify;">Il sertão è il Brasile che non immagini, niente foresta amazzonica, niente spiagge da sogno, niente metropoli e niente samba: il sertão è la regione semi-arida situata nel Nordest del paese. È l’emblema della povertà del Brasile, la terra di origine dei milioni di disperati che vanno ad abitare le favelas delle grandi città. <span id="more-589"></span>Occupa gran parte degli stati di Bahia, Piauì, Cearà, Pernambuco e altri in misura minore. è una terra pianeggiante, secca e spoglia, battuta da un sole feroce e da croniche siccità. Nei secoli passati è stata disboscata per creare pascoli e si è progressivamente inaridita, fino ad arrivare a vere e proprie desertificazioni. Non sono presenti industrie né servizi, le infrastrutture sono scarsissime e la gente vive con una agricoltura di sussistenza, finalizzata perlopiù all’allevamento di pecore e capre. È un popolo di grande fede religiosa e spirito comunitario, un popolo che non si arrende e cerca di organizzarsi, con le associazioni, i sindacati, la chiesa cattolica. Io sono arrivata in questa terra dimenticata da Dio e da molti altri,  grazie ad un progetto di cooperazione della ONG (organizzazione non governativa) MAGIS di Roma, per fare un’esperienza di volontariato. Era il mio sogno, ero innamorata del Brasile fin dalla prima volta che vi avevo messo piede due anni prima, ma non avevo idea di cosa fosse il sertão prima di arrivarci&#8230; Per due anni ho coordinato un progetto di sviluppo, finanziato dal Magis e dal Ministero degli Esteri Italiano, che prevedeva essenzialmente infrastrutture per la raccolta dell’acqua piovana, installazioni per l’allevamento di pecore, capre, apicoltura e piscicoltura, corsi di formazione per i piccoli produttori, le donne e gli studenti, microcredito per il miglioramento della produzione agricola, installazioni produttive per la Scuola Famiglia Agricola di Jaboticaba. Io mi occupavo di coordinare le attività, organizzare il lavoro dell’equipe locale, tenere la contabilità del progetto, scrivere relazioni, rendiconti, ecc. Ho fatto molto poco l’ingegnere, in quanto i miei colleghi locali erano già molto preparati per quanto riguarda la parte tecnica e ricchi di esperienza sui metodi da attuare nel semi-arido.</p>
<p style="text-align: justify;">In questi anni si è visto che tecniche, colture e allevamenti adeguati alla realtà geo-climatica, possono fornire una produzione sufficiente alle esigenze delle famiglie. Bisogna quindi insegnare i metodi più appropriati e fornire l’assistenza tecnica ai contadini. Solo così le famiglie e i giovani potranno continuare a vivere dignitosamente nel sertão. Il popolo sertanejo possiede una grande ricchezza culturale fatta di tradizione, musica e balli. È un popolo che soffre molto, ma capace di sorridere e di grandissima allegria, come tutti i brasiliani. Vive una vita semplice ma conosce valori veri della vita come la solidarietà, l’accoglienza, il lavoro, la fede. Ho avuto la fortuna di poter vivere tra di loro, come una di loro, sentendomi una di loro, vivendo un tipo di vita completamente di verso da quella che faccio a Genova, ma che mi ha regalato moltissimo. Il Brasile in generale ha la capacità di fare sentire a casa ogni straniero che vi si trovi, forse anche grazie al fatto che è il paese più multietnico del mondo, che per secoli ha accolto chiunque arrivava, schiavo o povero emigrante in cerca di una terra da sentire sua. I brasiliani sono indios, africani, europei, asiatici&#8230; ma prima di tutto sono orgogliosamente brasiliani. E anche io che vi ho vissuto per soli due anni, mi sento un pochino brasiliana con infinito orgoglio e gratitudine verso questa seconda patria così speciale.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo libro raccoglie i pensieri e i racconti scritti in due anni, mandati agli amici per e-mail o serbati nel mio diario. Chiedo scusa fin d’ora ai brasiliani per gli errori che potrebbero incontrarsi riguardo alla storia, alla geografia e alla cultura di questo meraviglioso paese, grande e vario come un continente, impossibile forse da conoscere per intero. Il sertão ne è solo un piccolo pezzo che difficilmente troverete tra le mete delle agenzie turistiche.</p>
<p style="text-align: justify;">Buona lettura e buon viaggio allora, tra la polvere delle precarie strade del sertão!</p>
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		<title>Prime notizie da Dajla</title>
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		<pubDate>Mon, 27 Sep 2010 13:40:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Amedeo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Amedeo e il popolo Saharawi]]></category>
		<category><![CDATA[Diari di Viaggio]]></category>

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		<description><![CDATA[TweetLunedi, 27 settembre 2010 Ciao a tutti, scrivo inizialmente una e-maiI cumulativa perchè non so bene quanto e quando va la connessione.Sono arrivato a Dajla già domenica 26, sono riuscito a trovare subito un passaggio. Effettivamente alcune cose sono cambiate, &#8230; <a href="http://www.dicat.unige.it/isf/?p=802">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="tweetbutton802" class="tw_button" style="float:right;margin-left:10px;"><a href="http://twitter.com/share?url=http%3A%2F%2Fwww.dicat.unige.it%2Fisf%2F%3Fp%3D802&amp;text=Prime%20notizie%20da%20Dajla&amp;related=ISF_Ge&amp;lang=en&amp;count=horizontal&amp;counturl=http%3A%2F%2Fwww.dicat.unige.it%2Fisf%2F%3Fp%3D802" class="twitter-share-button"  style="width:55px;height:22px;background:transparent url('http://www.dicat.unige.it/isf/wp-content/plugins/wp-tweet-button/tweetn.png') no-repeat  0 0;text-align:left;text-indent:-9999px;display:block;">Tweet</a></div><p style="text-align: justify;">Lunedi, 27 settembre 2010</p>
<p style="text-align: justify;">Ciao a tutti,<br />
scrivo inizialmente una e-maiI cumulativa perchè non so bene quanto e quando va la connessione.Sono arrivato a Dajla già domenica 26, sono riuscito a trovare subito un passaggio. Effettivamente alcune cose sono cambiate, c’è un protocollo nuovo a Rabouni, questo mi ha impedito di vedere altri stranieri, dato che l’unica notte passata li, mi hanno messo in quello vecchio. Naturalmente non mi aspettavano, diciamo a meta, hanno fatto meno storie dell’anno scorso. Comunque tutto ok, c’e ancora caldo, abbiamo toccato i 43 °C, però niente umidità, il valore più basso si aggira intorno all´11%. Alloggio di nuovo presso la famiglia Sidhamed, da Fatma, diciamo che sono a casa, e stato davvero bello rivedere quasi tutti, i piccolini di casa sono cresciuti molto. Per ora ho visto solo un pozzo, quello di Flor, e in buone condizioni ma va  sicuramente approfondito e inoltre non hanno ancora cominciato a seminare nulla perchè le mura di cinta non sono ancora finite. Domani se riesco faccio il giro di altri orti con Mojtar e comincio a raccogliere appunti e idee. Purtroppo quello di Mojtar e inutilizzabile, l’acqua e troppo salata e fa morire le piante, questo e un bel problema, non saprei come fare, cerco qualcosa su internet, se avete idee sono ben accette. Cerco di scrivere anche a ISF per vedere se hanno idee. Per ora e tutto, se la connessione funziona cercherò di scrivere spesso.</p>
<p style="text-align: justify;">Un abbraccio a tutti<br />
Amedeo</p>
<p style="text-align: justify;">PS: perdonate se non tutti sapevano della mia partenza, ma è stata una cosa veloce e ultimamente è stato difficile trovare il tempo per fare tutto… comunque sarò qui fino a 9 di ottobre</p>
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		<title>30 Maggio 2004: ancora addii&#8230;</title>
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		<pubDate>Sun, 30 May 2004 12:30:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Silvia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Diari di Viaggio]]></category>
		<category><![CDATA[Silvia in Brasile]]></category>

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		<description><![CDATA[TweetAnche oggi è stata una giornata di abbracci e saluti, Fabio e gli altri miei adorati alunni si sono parcheggiati in casa mia, cercando di aiutarmi a fare le valigie. Tutto quello che non stava nelle valigie l’ho sparso sul &#8230; <a href="http://www.dicat.unige.it/isf/?p=611">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="tweetbutton611" class="tw_button" style="float:right;margin-left:10px;"><a href="http://twitter.com/share?url=http%3A%2F%2Fwww.dicat.unige.it%2Fisf%2F%3Fp%3D611&amp;text=30%20Maggio%202004%3A%20ancora%20addii%26%238230%3B&amp;related=ISF_Ge&amp;lang=en&amp;count=horizontal&amp;counturl=http%3A%2F%2Fwww.dicat.unige.it%2Fisf%2F%3Fp%3D611" class="twitter-share-button"  style="width:55px;height:22px;background:transparent url('http://www.dicat.unige.it/isf/wp-content/plugins/wp-tweet-button/tweetn.png') no-repeat  0 0;text-align:left;text-indent:-9999px;display:block;">Tweet</a></div><p style="text-align: justify;">Anche oggi è stata una giornata di abbracci e saluti, Fabio e gli altri miei adorati alunni si sono parcheggiati in casa mia, cercando di aiutarmi a fare le valigie. Tutto quello che non stava nelle valigie l’ho sparso sul letto e ho fatto scegliere qualcosa ad ognuno. C’era di tutto: dalla biancheria alle forbici, dallo shampoo ai libri, dalle magliette alle scarpe. E tutti quanti si portavano via qualcosa felici! A Fabio ho lasciato tutti i CD in lingua inglese che avevo, così potrà migliorare la sua pronuncia, gli ho lasciato i miei sandali, vestiti per sua madre e cibo in scatola. Mi mancherà tantissimo questo ragazzino, così intelligente e generoso. Ma non lo abbandonerò mai, ha una situazione familiare difficilissima, ha solo la mamma disoccupata e due sorelline più piccole, non so come facciano a sopravvivere. Lui sogna di potere studiare, è la cosa che gli piace di più al mondo. In questi anni questo ragazzetto di 17 anni è stato il mio più fidato amico, forse un figlio o un fratellino, faceva chilometri in bicicletta per venirmi a trovare, sempre portando un pensiero per me, un dolce, un bigliettino, una poesia o una canzone. La domenica pomeriggio a volte andavamo a fare delle passeggiate per i campi e lui mi parlava, parlava, parlava sempre, raccontando episodi, la sua scuola, il teatro, lo studio dell’inglese. Stasera siamo andati insieme dalla scuola al villaggio, dove abita sua nonna. Lui era in bici e io in moto. Quando è iniziata la salita all’ingresso del villaggio lui è dovuto scendere e spingere la bicicletta, mentre io proseguivo con la moto. In quell’istante ho visto quella scena come la metafora delle nostre vite, è stato un lampo che ha squarciato la mia mente e il mio cuore. Ho sentito un dolore immenso. Ho visto la mia vita a cui il destino ha riservato una potente e comoda motocicletta, e ho visto la vita di Fabio che può contare solo su una vecchia bicicletta. Quando la vita va in salita a me basta schiacciare l’acceleratore, Fabio invece deve fermarsi e spingere con fatica e sudore. Ho capito cosa è l’ingiustizia. L’ingiustizia per me sarà sempre rappresentata da questa scena, indelebile nella mia memoria. Fabio, caro amico mio, perdonami, perdona noi tutti che andiamo in moto o addirittura in Mercedes per le strade della vita, perdonaci se puoi&#8230; Iddio ci perdoni per ogni volta che sorpassiamo i nostri fratelli che arrancano lungo la salita, senza fermarci, senza aiutarli. Fabio, il tuo cuore è talmente buono e generoso che so che mi perdonerai, ma voglio ricordare sempre questo istante, per vedere se riuscirò a vincere un po’ del mio egoismo. Buona fortuna amico mio, ovunque io sia potrai sempre contare su di me.</p>
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		<title>23 maggio 2004: anticipo di saudade</title>
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		<pubDate>Sun, 23 May 2004 16:44:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Silvia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Diari di Viaggio]]></category>
		<category><![CDATA[Silvia in Brasile]]></category>

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		<description><![CDATA[TweetIeri sera tornavo dalla casa delle suore, lungo il sentiero che porta alla scuola. Era già buio, l’aria era fresca e profumata, soffiava un piacevolissimo vento, mi sembrava la carezza del sertão sul mio corpo, forse un saluto, un addio, &#8230; <a href="http://www.dicat.unige.it/isf/?p=822">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="tweetbutton822" class="tw_button" style="float:right;margin-left:10px;"><a href="http://twitter.com/share?url=http%3A%2F%2Fwww.dicat.unige.it%2Fisf%2F%3Fp%3D822&amp;text=23%20maggio%202004%3A%20anticipo%20di%20saudade&amp;related=ISF_Ge&amp;lang=en&amp;count=horizontal&amp;counturl=http%3A%2F%2Fwww.dicat.unige.it%2Fisf%2F%3Fp%3D822" class="twitter-share-button"  style="width:55px;height:22px;background:transparent url('http://www.dicat.unige.it/isf/wp-content/plugins/wp-tweet-button/tweetn.png') no-repeat  0 0;text-align:left;text-indent:-9999px;display:block;">Tweet</a></div><p style="text-align: justify;">Ieri sera tornavo dalla casa delle suore, lungo il sentiero che porta alla scuola. Era già buio, l’aria era fresca e profumata, soffiava un piacevolissimo vento, mi sembrava la carezza del sertão sul mio corpo, forse un saluto, un addio, un arrivederci. Le stelle erano abbaglianti come al solito, un tappeto di luce di incomparabile bellezza; ho sentito una grande nostalgia per questo luogo, ne ho sentito tutta la sua bellezza in quell’istante. Mi giravo indietro e vedevo la luce della casina delle suore, e ho pensato a Pedrinho, alla piccola Maria Rita, che continuerà a crescere e quando la rivedrò camminerà già. Dio mio, quanto mi mancheranno&#8230; Così come i ragazzi della scuola, sono diventati i miei fratellini minori, i miei bambini adottivi, la mia casa era il loro rifugio, stavano lì anche solo per vedermi lavorare, silenziosi per non disturbare. Mi mancherà questa casa che era diventata la mia casa, mi mancherà questo cielo, mi mancherà la mia cara amica Josa, Valdivino, il piccolo Ramon, e tutti gli altri&#8230; Mi mancherà andare al mercato a Capim Grosso il lunedì mattina e incontrare tra le bancarelle tanta gente che mi saluta, mi abbraccia, mi racconta, mi mancherà arrivare nei villaggi e sentirmi così accolta, così “a casa” in mezzo a loro, mi mancheranno i bimbi con cui avevo stretto più amicizia, gli alunni, le suore… Non riesco a immaginare come sarà la mia vita tra 20 giorni, mi sembra di essere stata qui da sempre. Questi due anni sono volati, velocissimi, troppo veloci. Fin dal giorno che ho deciso di venire in Brasile sapevo che la difficoltà maggiore non era partire, ma tornare&#8230; Ieri sera avrei voluto che il sentierino dalla casa delle suore alla mia fosse lungo chilometri, per fare durare il più possibile quel momento magico di tristezza e di amore per tutto quanto ho intorno. Camminavo piano, ogni tanto mi fermavo, ma il sentiero era corto, come questi due anni.</p>
<p style="text-align: justify;">È l’ora di tornare in Italia.</p>
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		<title>29 Marzo 2004: un po’ di sconforto&#8230;</title>
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		<pubDate>Mon, 29 Mar 2004 16:47:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Silvia</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<div id="tweetbutton831" class="tw_button" style="float:right;margin-left:10px;"><a href="http://twitter.com/share?url=http%3A%2F%2Fwww.dicat.unige.it%2Fisf%2F%3Fp%3D831&amp;text=29%20Marzo%202004%3A%20un%20po%E2%80%99%20di%20sconforto%26%238230%3B&amp;related=ISF_Ge&amp;lang=en&amp;count=horizontal&amp;counturl=http%3A%2F%2Fwww.dicat.unige.it%2Fisf%2F%3Fp%3D831" class="twitter-share-button"  style="width:55px;height:22px;background:transparent url('http://www.dicat.unige.it/isf/wp-content/plugins/wp-tweet-button/tweetn.png') no-repeat  0 0;text-align:left;text-indent:-9999px;display:block;">Tweet</a></div><p style="text-align: justify;">Sono un po’ demoralizzata&#8230; Certi giorni negli ultimi tempi mi sembra che Jaboticaba sia diventato un piccolo inferno. Alcuni colleghi e la comunità non riescono più a gestire i conflitti tra di loro, i piccoli problemi diventano giganteschi, mancano il dialogo e l’ascolto. Io sono arrivata qui con uno spirito di servizio, ma ultimamente non sto riuscendo a servire all’armonia e al dialogo tra queste persone. Cerco allora di tenermi un po’ al di fuori, di non farmi coinvolgere dalle parti, perché non riesco a farle dialogare, perché sono stanca di questa situazione, perché ho paura di dire parole sbagliate e non essere imparziale e perché poi tra poco tornerò in Italia&#8230; La settimana scorsa mi sono ritrovata ad alzare troppo la voce in una riunione, non è così che voglio parlare con le persone, ma ho perso il controllo. Ho paura di non sapermi controllare abbastanza e che possa succedere di nuovo. D’ora in poi cercherò di tenermi fuori dalle discussioni che trattano questioni relazionali, vorrei cercare di mostrare un atteggiamento di pace, ma è difficile anche per me. I pettegolezzi poi qui in questo piccolo paesino sono lo sport preferito dalla popolazione, inventano qualsiasi cosa pur di mettere in cattiva luce il proprio “nemico”. Come far loro capire che non servono a nessuno, nemmeno a chi li inventa? Del resto mi rendo conto che sono le stesse cose che accadono ogni giorno in Italia e in qualsiasi parte del mondo, purtroppo. Devo farmi forza, per affrontare nel modo migliore questi ultimi mesi, perlomeno non voglio fare danni.</p>
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		<title>27 Gennaio 2004: una pioggia rara e riflessioni sulla cooperazione</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Jan 2004 17:46:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Silvia</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Silvia in Brasile]]></category>

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		<description><![CDATA[TweetA volte rifletto sul modo migliore di intervenire nei paesi in via di sviluppo&#8230; sono arrivata alla convinzione che la cosa fondamentale per sviluppare un paese è l&#8217;educazione, la formazione, la crescita culturale. Non serve fare opere, strutture, progetti, se &#8230; <a href="http://www.dicat.unige.it/isf/?p=828">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="tweetbutton828" class="tw_button" style="float:right;margin-left:10px;"><a href="http://twitter.com/share?url=http%3A%2F%2Fwww.dicat.unige.it%2Fisf%2F%3Fp%3D828&amp;text=27%20Gennaio%202004%3A%20una%20pioggia%20rara%20e%20riflessioni%20sulla%20cooperazione&amp;related=ISF_Ge&amp;lang=en&amp;count=horizontal&amp;counturl=http%3A%2F%2Fwww.dicat.unige.it%2Fisf%2F%3Fp%3D828" class="twitter-share-button"  style="width:55px;height:22px;background:transparent url('http://www.dicat.unige.it/isf/wp-content/plugins/wp-tweet-button/tweetn.png') no-repeat  0 0;text-align:left;text-indent:-9999px;display:block;">Tweet</a></div><p style="text-align: justify;">A volte rifletto sul modo migliore di intervenire nei paesi in via di sviluppo&#8230; sono arrivata alla convinzione che la cosa fondamentale per sviluppare un paese è l&#8217;educazione, la formazione, la crescita culturale. Non serve fare opere, strutture, progetti, se le persone non sono in grado di gestirle. Forse è meglio sacrificare qualche infrastruttura e fare studiare più giovani, mandarne qualcuno all&#8217;università. C&#8217;è scarsa conoscenza, sia nelle cose pratiche come fare i conti, scrivere, leggere, gestire il lavoro, sia nelle relazioni tra persone, nella comunità. Bisogna investire nell’educazione, a tutti i livelli. A volte penso che troppi soldi possano portare cose negative e rendere peggiori le persone. Ma queste sono le riflessioni di una semplice volontaria che conosce questa realtà solo da poco più di un anno, quindi potrebbero anche essere ingenue e sbagliate. Ma passiamo a cose più concrete, come per esempio la pioggia. È venuta giù come Dio comanda, in tutto il Nordest del Brasile, che è la regione più secca del paese. Qui è piovuto una settimana, in altre regioni anche di più, era da molti anni che non si vedeva una pioggia del genere. Essendo una regione pianeggiante dove non piove mai, si sono formate lagune dappertutto, i letti dei rari fiumi generalmente  completamente asciutti si sono riempiti di acqua, a volte portandosi via le casupole costruite sulle rive. Ci sono stati allagamenti un po&#8217; ovunque, non vi dico come sono ridotte le strade! Normalmente sono già disastrate e piene di buchi, durante le piogge alcune diventano impraticabili, si sono aperte nuove voragini, le macchine restano impantanate o non riescono a superare le salite. Ma nonostante ciò, qui sono tutti contentissimi, è un continuo &#8220;graças a Deus&#8221; per la pioggia. Io detesto la pioggia e a volte mi è scappato di dirlo, poi Josa mi ha avvisato che non devo farlo perché qui è considerata una cosa molto brutta, offensiva, una mancanza di rispetto! Vabbeh, ne ho imparata una nuova e mi rendo conto di come tutto è relativo, ciò che è male per una persona può essere ottimo per un&#8217;altra. E ne ho già avuti molti esempi. Adesso è tutto verde che sembra il Trentino (beh&#8230; in Trentino a dire il vero le palme non ci sono&#8230;), ma non bisogna illudersi, perché questo sole feroce ci mette un attimo a seccare tutto di nuovo. Per il resto, tra due settimane abbiamo l&#8217;obiettivo di mandare il miele della regione nello stato del Piauì per fare un’esportazione per una piccola cooperativa di commercio equo che ho visitato durante le vacanze di Natale.  Abbiamo l&#8217;idea di fare un pullman e seguire il carico fino in Piauì, anche per visitare l&#8217;associazione locale che farà per noi l&#8217;esportazione. Sarà un viaggio divertente, nessun carico ha mai viaggiato con 25 persone di scorta al seguito! Comunque finché non  vedo il miele arrivare a Simplicio Mendes non ci credo</p>
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		<title>19 Novembre 2003: razzismo al contrario</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Nov 2003 17:44:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Silvia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Diari di Viaggio]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<div id="tweetbutton819" class="tw_button" style="float:right;margin-left:10px;"><a href="http://twitter.com/share?url=http%3A%2F%2Fwww.dicat.unige.it%2Fisf%2F%3Fp%3D819&amp;text=19%20Novembre%202003%3A%20razzismo%20al%20contrario&amp;related=ISF_Ge&amp;lang=en&amp;count=horizontal&amp;counturl=http%3A%2F%2Fwww.dicat.unige.it%2Fisf%2F%3Fp%3D819" class="twitter-share-button"  style="width:55px;height:22px;background:transparent url('http://www.dicat.unige.it/isf/wp-content/plugins/wp-tweet-button/tweetn.png') no-repeat  0 0;text-align:left;text-indent:-9999px;display:block;">Tweet</a></div><p style="text-align: justify;">L’altro giorno forse per la prima volta in vita mia sono stata oggetto di razzismo. Dovevo fare l’ecografia di controllo alla mia ciste e così mi sono recata alla clinica privata più economica di Salvador. Ero in coda in una angusta stanzetta e c’erano anche una giovane donna di colore con un grande pancione e la sua anziana mamma. La ragazza aspettava due gemelli ed era molto tranquilla, l’anziana madre invece era così isterica e agitata che sembrava ne aspettasse sei. Erano in coda da un po’ di tempo e la madre lamentava continuamente ad alta voce che sua figlia avrebbe dovuto passare avanti a tutti, visto lo stato in cui si trovava, una solfa infinita, la ragazza cercava di calmarla, ma quella continuava con le sue lamentele. Ad un certo punto è uscita la dottoressa e ha detto alla ragazza che siccome il suo era un caso un po’ speciale l’avrebbe vista per ultima per esaminarla con più calma e attenzione. La ragazza ha annuito tranquilla, ma la madre&#8230; apriti cielo! Ha iniziato a scaldarsi e ad inveire, una pentola a pressione borbottante e fischiante. Dopo cinque minuti che sproloquiava io ho avuto la pessima idea di commentare “beh, signora se ha detto così è perché vuole visitare con più cura sua figlia, è per il bene di sua figlia&#8230;”. Mi fossi mangiata la lingua e le corde vocali! La pentola a pressione è esplosa in tutto il suo fragore, la vecchia ha iniziato ad insultarmi con occhi di fuoco e continuava a chiamarmi “questa bianca del cazzo” davanti a tutti, per poco mi mette le mani addosso, ho temuto per la mia incolumità fisica, mentre la figlia si scusava e cercava di calmarla. Ha continuato a borbottare improperi contro il colore della mia pelle per altri quindici minuti, ma nel frattempo io mi ero calata in una concentratissima lettura della prima rivista che ho trovato. Il  mese scorso invece mi è successa una cosa più divertente. Dovevo portare a riparare una valigia che mi avevano rotto in aereo, in un negozio nella “cidade baixa” di Salvador, uno dei quartieri più malfamati della città. Era già tardi, ma il giorno dopo dovevo tornare a Jaboticaba e così ho telefonato al negozio dicendo se mi aspettavano prima di chiudere. Il tipo mi ha chiesto il nome e poi di dove ero, perché la mia voce e il mio cognome lo incuriosivano; gli ho detto che ero italiana e… tutto bene, mi avrebbe aspettato. Mi sono avventurata così nelle vie squallide e poco frequentate nei pressi del “piano inclinato”, con la cartina della zona stampata nella testa (se l’avessi tirata fuori avrebbero capito subito che ero una turista dispersa e chissà che fine avrei fatto), una mano in tasca sul cellulare, fingendo di conoscere benissimo la zona e avere una meta precisa, con anche un po’ di fretta. Credendo quindi di essermi perfettamente mimetizzata con la popolazione locale (è normalissimo andare in giro trascinando una enorme valigia vuota&#8230; non mi noteranno mai!) riesco a trovare la via del valigiaio. Appena la imbocco, passando davanti a un bar, alcuni barboni e altri personaggi inquietanti cominciano ad additarmi dicendo “È arrivata la bianca, è arrivata la bianca!” e pare vogliano spargere la voce a tutto il vicinato. Oh Gesù, adesso mi rapiscono e mi vendono a qualche ricco fazendeiro dell’Amazzonia!… Uno dei barboni ubriaco comincia a seguirmi, non capisco un accidente di quello che dice, continua a dire che è arrivata la bianca, e io gli faccio sorrisetti di circostanza accelerando il passo.  Ma che vuole? Il mio travestimento da abitante del luogo non ha proprio funzionato, ahimé. C’è qualcosa però che non capisco: possibile che qui non abbiano mai visto un bianco? Perché insistono così con la sottoscritta? Mi daranno una botta in testa e domani mattina mi ritroverò senza un rene? Mi ruberanno tutto quello che ho? Mi salteranno addosso dieci barboni puzzolenti?  Oh, buon Dio, abbi pietà di me e dei miei peccati, voglio rivedere la mia mamma! Finalmente, sempre inseguita dal barbone trovo il negozio, con le saracinesche già quasi abbassate, il padrone mi apre e mi fa entrare (ci sarà da fidarsi?). All’improvviso capisco tutto: il valigiaio che durante il giorno non si ammazza di lavoro, deve avere commentato con gli abitanti della via che quella sera doveva restare aperto mezz’ora in più per aspettare una ragazza italiana. Deve essere stata la notizia del giorno per la banda di disperati del bar e della via, che quindi attendevano con ansia e curiosità il mio arrivo. Forse si aspettavano Sofia Loren, poverini chissà che delusione! E il barbone probabilmente non mi stava importunando, ma era stato così gentile da volermi accompagnare fino al negozio. Ma che carini&#8230; Al ritorno, completamente rilassata, mi sono quindi fermata a salutare tutti gli avventori del bar e gli abitanti della via, con strette di mano e persino un abbraccio al barbone. Non sarò Sofia Loren ma forse si ricorderanno di me, almeno per qualche giorno.</p>
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		<title>26 Ottobre 2003: ce la siamo vista brutta ovvero ho inventato una nuova falciatrice di cactus</title>
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		<pubDate>Sun, 26 Oct 2003 17:45:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Silvia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Diari di Viaggio]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<div id="tweetbutton825" class="tw_button" style="float:right;margin-left:10px;"><a href="http://twitter.com/share?url=http%3A%2F%2Fwww.dicat.unige.it%2Fisf%2F%3Fp%3D825&amp;text=26%20Ottobre%202003%3A%20ce%20la%20siamo%20vista%20brutta%20ovvero%20ho%20inventato%20una%20nuova%20falciatrice%20di%20cactus&amp;related=ISF_Ge&amp;lang=en&amp;count=horizontal&amp;counturl=http%3A%2F%2Fwww.dicat.unige.it%2Fisf%2F%3Fp%3D825" class="twitter-share-button"  style="width:55px;height:22px;background:transparent url('http://www.dicat.unige.it/isf/wp-content/plugins/wp-tweet-button/tweetn.png') no-repeat  0 0;text-align:left;text-indent:-9999px;display:block;">Tweet</a></div><p style="text-align: justify;">Stamattina dovevamo andare a Quixabeira a fare il programma radio sull&#8217;apicoltura, con Ilaria e Giovanni, Josa e Robenol. La trasmissione, rigorosamente in diretta, era programmata per l&#8217;ora di punta sertaneja ossia l&#8217;alba per noi poveri italiani. Alle 8:00 cominciava il programma e alle 7:30 noi stavamo ancora facendo colazione. Tentando di accelerare le cose vado subito a prendere la macchina affittata che era in garage e mi metto al volante. Eh sì, perché io conosco le strade meglio degli altri, ho più esperienza, insomma credo di essere in grado di arrivare a Quixabeira entro le 8:00 e avere anche qualche minuto per fare le prove. Partiamo, e il piede pesa sull&#8217;acceleratore, ma ultimamente hanno passato il trattore sulla strada e non ci sono buche. Corro, sì lo ammetto. Così all&#8217;improvviso, forse per colpa di un banco di sabbia (no, qui non siamo al mare, le spiagge sono a 300 chilometri, ma su questa strada c&#8217;è più sabbia che alle Maldive&#8230;dannazione!) perdo il controllo della macchina: sbanda a destra, cerco di riportarla a sinistra, oh no, adesso va troppo a sinistra, tento di riportarla a destra, poi a sinistra, e intanto tutti i passeggeri iniziano a pensare ai loro cari, Josa si vede già all&#8217;entrata del Paradiso&#8230; Io invece vedo solo gli alti bordi della strada e gli steccati, la macchina ondeggia sempre di più, quando percepisco la possibilità che si ribalti tiro un urlo e invece di ribaltarsi sale sul bordo della strada, sfondiamo lo steccato col filo spinato, vedo volare pali di legno sul vetro come fossero fuscelli, tipo nei film americani. Il buon Dio però ci ha fatto entrare in un campo di fichi d&#8217;india che si rivelano degli ottimi ammortizzatori. Percorriamo almeno 50 metri nel campo falciando decine di piante alte due metri, ce le spazzoliamo come erbetta tenera, con la coda dell&#8217;occhio invece intravedo ai lati alcune palme dal fusto ben duro e faccio di tutto per non finirci contro. I benedetti fichi d&#8217;India dopo un tempo che ci è sembrato infinito finalmente ci fermano. Dio mio che sollievo non vedere più volare roba verde sul parabrezza. Lo specchietto retrovisore invece si è staccato e mi è volato su una mano, vedo il mio tendine bianco nel buco che ha fatto ma non lo ha toccato, è andata bene. In compenso invece ho fatto una strage di fichidindia! Scendiamo dalla macchina e guardando lo scempio vegetale, forse anche a causa dello spavento, ci mettiamo a ridere come degli imbecilli. In effetti però è stato un lavoro eccezionale: in cinque secondi ho fatto il lavoro di una giornata del contadino! Qua il ficodindia è usato come cibo per gli animali e viene periodicamente tagliato, quindi io ho fatto un ottimo servizio al padrone del campo. Che infatti quando arriva non si arrabbia neanche un po&#8217; e non vuole nemmeno risarcimenti. La macchina comunque, ammaccata e grattugiata dal filo spinato, è ancora in grado di camminare, bisogna solo cambiare una gomma per ripartire. Giovanni e Robenol si fermano a cambiarla, mentre noi donne prendiamo un passaggio da Jonas il taxista con la macchina scassata a gas, che passa in quel momento. Jonas non è che sia un grande autista e appena partiamo invece che guardare la strada si mette a parlare con Josa e per educazione la guarda attentamente in faccia, quindi dopo soli 10 metri rischiamo di andare di nuovo fuori strada. Riusciamo infine ad arrivare a Quixabeira, lo pseudo ambulatorio è chiuso e quindi vado in casa di una infermiera a farmi medicare. Nel frattempo scopriamo che la trasmissione era alle 8:30 invece che alle 8:00. Grrrrr, che nervi, se lo avessimo saputo mica avrei corso così! Mi sento una merda nei confronti dei miei passeggeri per avere messo a repentaglio la loro vita. Ma ora non c&#8217;è nemmeno il tempo di pensare, dobbiamo andare in onda. La mezz&#8217;ora di programma fila liscia, almeno quella&#8230; Per tutta la giornata mi rincorrono pensieri angoscianti su come poteva andare a finire, continuo a darmi dell&#8217;imbecille, ma i miei colleghi invece (non so se ironicamente&#8230;) mi continuano a dire che sono stata bravissima a &#8220;tenere&#8221; la macchina e a non farla ribaltare&#8230; Mah&#8230;. L&#8217;unica cosa di cui sono soddisfatta è il nuovo modello di falciatrice per fichidindia che ho inventato. Chissà se vendendo il brevetto riesco a pagarci le spese dei danni alla macchina&#8230;</p>
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		<title>12 Settembre 2003: la telenovela sociale</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Sep 2003 16:43:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Silvia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Diari di Viaggio]]></category>
		<category><![CDATA[Silvia in Brasile]]></category>

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		<description><![CDATA[TweetOggi voglio farvi un piccolo approfondimento su quello che è un vero e proprio fenomeno sociale del Brasile: le telenovelas, esportate in tutto il mondo in quantità superiore al caffè e alle banane, sono una delle grandi specialità della TV &#8230; <a href="http://www.dicat.unige.it/isf/?p=816">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="tweetbutton816" class="tw_button" style="float:right;margin-left:10px;"><a href="http://twitter.com/share?url=http%3A%2F%2Fwww.dicat.unige.it%2Fisf%2F%3Fp%3D816&amp;text=12%20Settembre%202003%3A%20la%20telenovela%20sociale&amp;related=ISF_Ge&amp;lang=en&amp;count=horizontal&amp;counturl=http%3A%2F%2Fwww.dicat.unige.it%2Fisf%2F%3Fp%3D816" class="twitter-share-button"  style="width:55px;height:22px;background:transparent url('http://www.dicat.unige.it/isf/wp-content/plugins/wp-tweet-button/tweetn.png') no-repeat  0 0;text-align:left;text-indent:-9999px;display:block;">Tweet</a></div><p style="text-align: justify;">Oggi voglio farvi un piccolo approfondimento su quello che è un vero e proprio fenomeno sociale del Brasile: le telenovelas, esportate in tutto il mondo in quantità superiore al caffè e alle banane, sono una delle grandi specialità della TV brasiliana. Curate nei particolari, nelle ambientazioni, ottimi attori, bisogna riconoscere che in questo genere i brasiliani sono maestri. Per rendervi conto&#8230; qui gli attori iniziano a recitare in teatro e al cinema solo per farsi conoscere a sufficienza per iniziare a fare telenovelas! Il sogno di ogni aspirante attore non è calcare il palcoscenico del teatro municipale di Rio de Janeiro, ma essere uno dei protagonisti della telenovela delle 21, il teatro o il cinema sono solo i passaggi per arrivarci. Tutto ciò fa sì che la popolazione assista in massa agli episodi di queste serie che durano circa nove mesi e che provocano una certa assuefazione e un allontanamento dal mondo reale, specialmente nelle fasce più deboli e più povere. Nella favelas magari non hanno l&#8217;acqua, non hanno le porte di casa, non hanno da mangiare, ma non manca la TV accesa. Questo è il lato negativo e triste che tutti conosciamo, ma volevo raccontarvi alcune caratteristiche originali e magari anche positive della telenovela delle 21 (ebbene sì, sono diventata dipendente anche io&#8230;. e ora ci scrivo pure un pezzo sopra&#8230;). Per esempio mi ha colpito il fatto che le puntate vengono girate pochi giorni prima di essere trasmesse. Quindi da una parte la trama è aperta a cambiamenti a seconda dell&#8217;accettazione del pubblico, dall&#8217;altra riesce ad inserire la cronaca e gli avvenimenti della settimana dentro il racconto, dando la sensazione che i protagonisti vivano la vita reale di tutti noi, a Copacabana. Un&#8217;altra cosa che rende più reale la telenovela è vedere che gli attori nella loro vita reale sono uguali identici ai loro personaggi (le oche del video sono autentiche oche anche nella vita reale). E poi gli attori di successo li ritrovi in duecento altri programmi a tutte le ore del giorno e della notte, sulle riviste, sui giornali&#8230; alla fine ti sono più familiari dei tuoi parenti. Ma la cosa più meritevole di “Mulheres Apaixonadas” (la mia droga) è il tentativo di essere anche una telenovela educativa. Proprio così: i personaggi parlano della violenza come fenomeno da estirpare, danno utili indicazioni su come comportarsi in caso di rapina, i due nonnini spiegano quanto è importante vaccinarsi contro l&#8217;influenza, la nipotina stronza fa nascere anche dentro lo spettatore più cattivo un sentimento di rispetto per gli anziani, la cinquantenne col nodulo spiega nei dettagli come fare l&#8217;autoesame del seno e quando sottomettersi ai controlli periodici, l&#8217;altra dà suggerimenti su come comportarsi coi figli in caso di separazione, la professoressa alcolizzata alimenta la discussione sull&#8217;etilismo, e avanti così.  Ma l&#8217;altra sera devo dire che mi hanno sbalordito. Alcuni mesi fa una ragazzina è stata ammazzata da una pallottola vagante mentre andava a scuola a Rio de Janeiro (questa è realtà purtroppo, non è telenovela..), in questi giorni era in programma una manifestazione in suo ricordo, contro la violenza. Così nella fiction, durante la lezione nella classe del liceo dove è ambientata in parte la telenovela, sono entrati i due genitori (veri) di Gabriela e hanno parlato della morte della figlia e della manifestazione che ci sarebbe stata in quei giorni. Roba da brividi, veramente&#8230; Insomma, non è per giustificare la mia dipendenza&#8230; ma su ammettete che magari qualcosa di buono c&#8217;è&#8230; Beh, adesso però sono semi disperata, lunedì vengo in Italia, come farò a stare 15 giorni senza Mulheres Apaixonadas? Aaaarghh&#8230; sarà una tragedia!</p>
<p style="text-align: justify;">P.s. sto vedendo il TG brasiliano, anche oggi hanno parlato dell&#8217;ennesima gaffe di Berlusconi, sigh, che in questo periodo pare ne sforni una dietro l’altra. Il giornalista a conclusione del servizio impietoso (e notare che la TV brasiliana è di destra&#8230;) ha aggiunto con voce sconsolata &#8220;Berlusconi è attualmente il presidente dell&#8217;Unione Europea&#8230;&#8221;, con un tono di compassione per noi poveri europei&#8230; Che figura!..</p>
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		<title>10 Luglio 2003: il mio primo scippo&#8230; sigh..</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Jul 2003 16:42:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Silvia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[TweetLunedì scorso sono stata vittima del mio primo scippo in Brasile, ahimè. La sfiga si è accanita contro di me, perché era uno di quei rarissimi giorni in cui avevo con me un sacco di soldi (una donazione per due &#8230; <a href="http://www.dicat.unige.it/isf/?p=813">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="tweetbutton813" class="tw_button" style="float:right;margin-left:10px;"><a href="http://twitter.com/share?url=http%3A%2F%2Fwww.dicat.unige.it%2Fisf%2F%3Fp%3D813&amp;text=10%20Luglio%202003%3A%20il%20mio%20primo%20scippo%26%238230%3B%20sigh..&amp;related=ISF_Ge&amp;lang=en&amp;count=horizontal&amp;counturl=http%3A%2F%2Fwww.dicat.unige.it%2Fisf%2F%3Fp%3D813" class="twitter-share-button"  style="width:55px;height:22px;background:transparent url('http://www.dicat.unige.it/isf/wp-content/plugins/wp-tweet-button/tweetn.png') no-repeat  0 0;text-align:left;text-indent:-9999px;display:block;">Tweet</a></div><p style="text-align: justify;">Lunedì scorso sono stata vittima del mio primo scippo in Brasile, ahimè. La sfiga si è accanita contro di me, perché era uno di quei rarissimi giorni in cui avevo con me un sacco di soldi (una donazione per due adozioni a distanza) e tutti i documenti, carta di credito, identità e codice fiscale brasiliani, ecc&#8230; Ero a Capim Grosso, al mercato all&#8217;aperto settimanale. Non ho mai avuto nessun problema, né mi avevano mai raccontato di molti furti, e così non ho prestato la sufficiente attenzione e passando da un banco di frutta all&#8217;altro, passando in mezzo alla folla che schiacciava, un esperto ladruncolo mi ha aperto la borsa e si è preso il mio portafoglio. Mano leggerissima, non ho percepito assolutamente nulla. Me ne sono accorta quando stavo per pagare le banane. Panico, disperazione, non può essere vero! Mi affanno, guardo per terra, comincio a piagnucolare davanti a tutti e quell&#8217;imbecille delle banane continua a chiedermi se le voglio&#8230; Ma come cavolo le pago amico se sono rimasta senza un centesimo! Dopo cinque minuti di scenata in mezzo al mercato incontro Suor Vivalda, le racconto l&#8217;accaduto e vado alla stazione di polizia per fare la denuncia. L&#8217;impiegato, scoprendo che sono italiana, mi mostra le cartoline che i suoi figli gli mandano da Mantova (la moglie l&#8217;ha lasciato per un italiano e si è portata i quattro figli in Italia &#8211; solito italiano che si fa infinocchiare dalla brasiliana). Ma a me che mi importa? Sto pensando agli 800 R$ e alla mia carta di credito&#8230; Subito dopo vado alla radio comunitaria per dare un annuncio pietoso e strappalacrime (sono una povera volontaria straniera, portavo soldi per i bambini che adesso moriranno di fame&#8230; sono rimasta senza documenti, aiutatemi…). Dopo di che la buona Lourdes, che lavora alla radio, mi accompagna a parlare con tutti i poliziotti di Capim Grosso per avvisarli. Appena torniamo di nuovo alla radio arriva una ragazza dicendo &#8220;la polizia ha ammazzato il ladro che ti ha derubato!&#8221;. Mi sento mancare. Andiamo alla polizia e in realtà poi si scopre che era un altro ladro, che stava fuggendo e, nascosto in una casa, ha sparato contro la polizia, che ha dovuto rispondere e farlo secco (sarà proprio andata così?). Uno dei poliziotti si è preso due colpi, ma per fortuna aveva il giubbotto antiproiettile. L&#8217;ho incontrato alla stazione di polizia, era pallido pallido, anche se di colore&#8230; Volevano mostrarmi il morto, ma io ho declinato l&#8217;invito&#8230; non poteva essere il &#8220;mio&#8221; ladro, il mio furto era successo dopo. Vado a dare ancora un&#8217;altra intervista alla radio, durante il notiziario di mezzogiorno, questa volta l&#8217;intervistatore la mette sull&#8217;indignato, ma resta un po&#8217; patetico&#8230; Comunque adesso tutta la regione sa cosa mi è successo, sono già famosa! Nei giorni successivi racconto la storia decine di volte. Mi fa arrabbiare la mia stupidità. A Genova sull&#8217;autobus sto molto più attenta, qua invece, non essendomi mai successo nulla, mi ero un po&#8217; rilassata. In realtà qui è abbastanza tranquillo, non siamo a Rio de Janeiro! Qui siamo in campagna, ci sono molto meno problemi di criminalità. E quindi anche un semplice furto qui diventa un evento! Speravo che almeno trovassero i documenti ma sono già passati tre giorni e le speranze si assottigliano. Per il ladro è stato un bel colpaccio, può andare in pensione per i prossimi sei mesi, speriamo usi i soldi per qualcosa di buono e non se li spenda tutti in cachaça!</p>
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